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IL CAVEDANO SUL TREJA di Stefano Meraglia
 
Conformazione e tecniche di pesca

  La specie numericamente più abbondante resta comunque il cavedano (Leuciscus cephalus L.) o "squalo" come viene comunemente chiamato. Si tratta del più adattabile tra i pesci autoctoni, capace di vivere in ogni tipologia di acque ed onnivoro per definizione. Ogni tipo di sostanza commestibile transita per le sue fauci, dalle larve agli insetti, dai vermi alle alghe alla frutta di stagione per finire in bellezza con qualche malcapitato pesciolino. Difatti gli esemplari adulti, oltre a divorare qualsiasi cosa, sono pure degli efficienti predoni capaci di attacchi fulminei e violenti alla stregua di un luccio o di un persico trota. Detto ciò, non si tratta tuttavia di un animale vorace e sprovveduto, ma di una creatura dotata di uno spiccato istinto di conservazione che la porta ad essere diffidente e cauta soprattutto alle prese con amo e lenza. Il cavedano catturabile sul Treja presenta una taglia media sui 300-400 gr ma gli esemplari che superano anche di molto questa misura non sono affatto rari, con punte - accertate - di un chilo e mezzo-due chili, sicuramente animali in risalita dal Tevere. In ogni caso, avere a che fare con un pesce intorno al chilo - ve ne sono molti - in un fiume con le caratteristiche del Treja e con le attrezzature che descriveremo in seguito rappresenta, a modesto parere di chi scrive, una delle massime espressioni della pesca sportiva nelle nostre acque.

 

Attrezzatura di base

            Beninteso che il nostro "squalo" è pescabile con qualsivoglia tecnica, prenderemo qui in esame la pesca classica la quale prevede una montatura con galleggiante e l'uso del bigattino come esca e pastura. Ora ciò che occorre per pescare sul Treja è una canna anellata (bolognese) di 5 metri, agile e scattante nonché leggera quanto basta per non affaticare il braccio. Ad essa va accoppiato un mulinello piccolo (taglia 1000-1500) caricato con del monofilo dello 012 o 014. Anche se esistono bravissimi pescatori che non rinuncerebbero mai alla loro canna fissa con la quale sono capaci di compiere veri e propri miracoli, a nostro avviso la canna col mulinello produce un'azione di pesca più efficace per due motivi, il principale dei quali è quello di consentire lunghe passate che in molti casi risultano fondamentali per fregare i cavedani più grossi e scaltri. In più, la frizione facilita la lotta con avversari di tutto rispetto allamati solitamente con terminali capillari ed ami piccolissimi, i quali avrebbero buon gioco nel caso fossimo impossibilitati dal concedere filo.

            La montatura non ha storia, una soltanto si eleva al di sopra di tutte per efficacia: partendo dal basso, si lega un amo dal 20 al 16 ad un terminale solitamente dello 010 ma che spesso può scendere, per vedere qualche abboccata in più, allo 008. Il finale non deve essere più lungo di 20 cm e, sopra l'asola di giunzione con la madre lenza, si pinza un pallino del n. 8 o 9. Alla stessa distanza che intercorre tra questo e l'amo si fissa il secondo pallino, il terzo leggermente più stretto e via così a scalare fino a raggiungere la completa taratura del galleggiante. Questo porta di solito 0,70-0,75 gr ma in caso di correnti particolarmente forti (come ad esempio nei periodi piovosi) si può salire fino al grammo. Con questo tipo di lenza che per il cavedano è insuperabile, si possono tuttavia catturare tutte le specie ittiche del Treja compresi, con i dovuti aggiustamenti - terminali ed ami più robusti - i barbi i quali meritano in ogni caso una trattazione a parte data l'importanza sportiva della cattura.

            Tutto ciò che dovete portarVi dietro per andare sul Treja è un marsupio ove stivare bobine di filo, ami e piombi di ricambio, una sacca per bigattini da tenere a tracolla dove troveranno posto pure la fionda per la pasturazione ed il porta-galleggianti, un buon paio di stivali a coscia e, se volete, una piccola nassa da legare alla cintura per la detenzione delle catture. E il guadino? Noi non lo adoperiamo poiché si sta quasi sempre in acqua ed il pesce è bello portarlo "alla mano", ma se proprio non ne potete fare a meno una piccola rete a scatto di quelle usate comunemente dai pescatori con la mosca farà al caso Vostro. Non occorre altro salvo coprirsi adeguatamente nei periodi più freddi. È si perché il cavedano, oltre che onnipresente, è anche un animale capace di ben sopportare temperature che costringono molti altri pesci - leggi barbi, tinche e carpe - a starsene imbrancati l'uno sull'altro nel calduccio d'un bel fondale in attesa della primavera. Certo con il caldo si prende molto di più (non sempre!), ma state pur certi che, anche con il ghiaccio che Vi scende dal naso e che si attacca agli anelli della Vostra canna, l'unico pesce che sarà attivo aspettando che la corrente gli porti un bel boccone sarà il Nostro squaletto d'acqua dolce. D'inverno occorre dedizione e concentrazione, le abboccate saranno poche e converrà farle fruttare a dovere ma spesso è proprio in questo periodo che si allamano i colossi, provare per credere.

           

L'azione di pesca

            L'azione di pesca classica prevede di far scendere la montatura nella corrente dando un po' più di fondo di quello che c'è ed operare nel contempo una leggera trattenuta la quale fa si che l'esca proceda in maniera naturale. Per effettuare la trattenuta con la bolognese si adoperano diverse piccole strategie che spesso differiscono da pescatore a pescatore. Io (Stefano) posso dirvi la mia: una volta che il filo ha superato la lunghezza della canna, apro l'archetto del mulinello e metto la lenza "in folle" sostenuta soltanto dalla canna stessa e dall'inerzia del filo che esce lentamente per via dell'esiguo peso della coroncina. Se vedo che il galleggiante scende troppo coricato, chiudo per quell'attimo che serve l'archetto e poi lo riapro di conseguenza. Spesso è in questi frangenti di trattenuta e rilascio che si verifica l'abboccata, fulminea ed alla quale occorre rispondere prontamente pena il classico bigattino schiacciato ed sviscerato dai denti faringei del Nostro ciprinide. Al momento della mangiata si chiude l'archetto con un giro di manovella (il meccanismo del mulinello deve essere perfetto) e si alza a dovere la canna senza esagerare ma dando un colpetto secco verso monte.

            Dicevamo della trattenuta: questa serve ed è efficace nella maggior parte dei casi, tuttavia vi sono momenti o giornate in cui i cavedani mangiano con la lenza "morta" ed il galleggiante con l'antenna rivolta verso valle, non Vi sappiamo spiegare perché succede ma è così e conviene agire di conseguenza operando di tanto in tanto qualche passata "strana".

 

Localizzazione del pesce e pasturazione

            La domanda che ci si pone più spesso nel momento di iniziare la pescata è: dove saranno i pesci? Facile: i pesci sono dove la corrente porta loro del cibo, quindi di solito nella vena principale e siccome la lotta per la sopravvivenza è dura, i più grossi e prepotenti saranno nel punto migliore e gli altri ai margini a contendersi le briciole. Spesso molti pescatori alle prime armi si accaniscono nei sottosponda sporchi e pieni di ramaglie oppure nei giri d'acqua pensando che "lì qualche pesce deve pur esserci". Il trucco funziona, qualcosa si prende e qualche volta ci scappa anche la bella cattura ma i cavedani, quelli veri, sono in corrente, spesso al centro del fiume in poche spanne d'acqua ed è lì che dobbiamo pescare per prenderli. È pur ovvio che, nei punti in cui il flusso principale lambisce il sottosponda, sarà da preferirsi quest'ultimo in virtù degli stessi motivi sopra accennati.

            Lo stesso dicasi per la pasturazione. Questa va effettuata più o meno a monte del punto in cui siamo posizionati (anche in questo caso l'uso delle mani o della fionda dipende dall'intensità del flusso d'acqua) e sarà costituita da piccole ma continue manciate di larve che avranno il compito di tenere vivo l'interesse dei pesci per il nostro amo.

 

L'innesco migliore è quello che prevede due bigattini appena appuntati sotto pelle con l'amo del 18 o 20 scoperto, tuttavia funzionano discretamente bene sia l'innesco singolo su di un amo molto piccolo sia, in certe giornate, il classico polipetto di 3-4 larve con ferro del 16.

Tutto qui, salvo ricordarsi che il Treja non è un campo gara dove ci si siede e si prendono chili e chili di pesce, ma un posto dove ogni cattura va sudata, dove spesso dopo tre o quattro pesci conviene spostarsi per non restare a bocca asciutta, ma dove ogni preda importante assume un fascino particolare impossibile da paragonare con altri ambienti. L'ultima doverosa raccomandazione è quella di rilasciare le catture magari dopo averle immortalate con una bella foto: il cavedano - come il barbo, la carpa e così via - non è buono da mangiare e spesso la nostra vanità nel mostrare qualche bel pesce si risolverà con l'ingloriosa fine dello stesso nel bidone della spazzatura. Meglio allora rilasciarlo vivo e vegeto nel Fiume sperando di incontrarlo ancora, magari più cresciuto.

 

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