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Porta Pia

Stampato da: Le chicche di Peppe
Categoria: Forums
Nome del Forum: Le chicche di Peppe
Descrizione del forum: Quattro chiacchiere con gli amici
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Data di Stampa: 24 Sep 2018 alle 12:22am
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Topic: Porta Pia
Postato da: CULTURA
soggetto: Porta Pia
Postato in data: 21 Sep 2010 alle 4:58pm
«Ahi gente che dovresti esser devota,/e lasciar sedere Cesare in la sella,/se bene intendi ciò che Dio ti nota»: così, nel canto VI del Purgatorio (vv. 91-93), Dante sferzava il Papa e le gerarchie ecclesiastiche, rei di essersi appropriati del potere temporale; così, con brevi ma puntuti versi, il Poeta denunciava il continuo tentativo della “Città divina” di imporsi sulla “Città terrena”.

Nel suo significato più profondo e universale, il 20 Settembre 1870 - l’assalto dei fanti e dei bersaglieri italiani, la breccia di Porta Pia, il fatto militare, ancorché blando, che costituì il preludio allo spostamento della capitale d’Italia da Firenze a Roma - rappresenta il compimento dell’auspicio espresso nella Divina Commedia: da allora, il Papa dismise i panni del sovrano, rinunciò al potere terreno per restare “Pastore di anime”, massima guida spirituale del cattolicesimo. In quest’ottica, la presa di Roma fu uno spartiacque fondamentale, fu una cesura epocale, fu uno iato “provvidenziale” che - come affermò Papa Paolo VI nel 1970, in occasione del centenario di quel fatidico 20 Settembre - “liberò” la Chiesa cattolica da un giogo gravoso.

Ma lo squarcio di Porta Pia non rappresentò solo la fine delle ultime vestigia del potere temporale dei Papi. Fu un avvenimento carico di molteplici significati. Fu un episodio allo stesso tempo unificatore e divisivo. L’avvento di Roma capitale - ufficializzato nel 1871 - costituì tanto il materiale coronamento del processo di unificazione nazionale quanto l’allargamento delle fratture morali (e politiche) che minavano il Regno d’Italia sin dalla sua costituzione. Quel modesto scontro, quel breve combattimento tra le truppe italiane e le truppe pontificie, da un lato rappresentò un momento cruciale per la fondazione del nuovo Stato Italiano, divenendo - fino al 1930, quando il fascismo la abolì - una significativa festa patriottica, una di quelle celebrazioni civili che per Rousseau servono a favorire la “pedagogia nazionale”; dall’altro lato acuì le annose divisioni tra cattolici e liberali. Quel buco aperto nelle mura dell’Urbe la mattina del 20 Settembre favorì la delegittimazione dell’ancora fragile Stato unitario: il Papa ritenne di aver subito un grave vulnus, certificato dalla resistenza simbolica delle sue truppe, e continuò a chiedere il ripristino dei suoi domini; i cattolici - sollecitati dal “non expedit” del 1874 - rimasero sostanzialmente estranei alla vita politica e alle istituzioni liberali; la maggioranza della popolazione continuò a non sentirsi - come denunciò Sidney Sonnino in un discorso alla Camera del 30 marzo 1881 - “parte viva ed organica” dell’“esistenza” e dello “svolgimento” dello Stato italiano. L’Italia fu costretta a convivere con un paradosso sesquipedale: la religione era sia l’elemento più “nazionale” sia l’elemento più lacerante.

La faglia sociale e culturale ampliata dalla “questione romana” - strettamente legata alla fragilità del sentimento nazionale - portò con sé conseguenze pratiche e concrete. La ricorrenza del 20 Settembre era vissuta con sentimenti antitetici e contrastanti: mentre per la componente democratico-garibaldina del Risorgimento rappresentava un appuntamento dai caratteri fortemente anticlericali (e massonici), per i cattolici intransigenti costituiva la rievocazione di un lutto inaccettabile. Nell’uno e nell’altro schieramento le posizioni potevano raggiungere picchi di radicalismo elevatissimi. Tra i sacerdoti c’era chi si rifiutava di celebrare i funerali se il feretro era coperto da un tricolore. Tra i più accesi sostenitori dell’epopea risorgimentale ci fu chi, condannando apertamente la timidezza dell’impresa, visse la breccia di Porta Pia come una frustrazione. L’esitazione del re - che si recò a Roma, per la prima volta, solo il 30 dicembre del 1870, nottetempo e fermandosi appena qualche ora per solidarizzare con le vittime dello straripamento del Tevere - provocò una forte disillusione tra i patrioti più appassionati, creò molto scontento tra i fautori della “risalita” italiana in Campidoglio: in una poesia del 1871 (Canto dell’Italia che va in Campidoglio), Giosuè Carducci ridimensionò la conquista della capitale e condannò la fuggevole visita di Vittorio Emanuele II (“Oche del Campidoglio, zitte! Io sono/L’Italia grande e una./Vengo di notte perché il dottor Lanza/Teme i colpi di sole:/Ei vuol tener la debita osservanza/In certi passi”).

A 140 anni dall’evento, l’anniversario della breccia di Porta Pia - incastonato all’interno delle celebrazioni per il giubileo della nazione - si arricchisce di nuovi, importanti significati. La presenza del segretario di Stato Vaticano, cardinal Tarcisio Bertone alla rievocazione del 20 Settembre 1870 - la prima presenza nella storia della commemorazione - costituisce la definitiva sutura di un’antica e dolorosa ferita. Costituisce l’acme di un progressivo, meditato percorso che ha portato la Chiesa di Roma a schierarsi in favore (e a tutela) dello Stato sorto nel 1861 e di Roma capitale: l’Unità «è un bene comune», «un tesoro che è nel cuore di tutti», mentre l’anniversario dei 150 anni «è una felice occasione per un nuovo innamoramento dell’essere italiani», come ha rilevato il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, alla vigilia della cerimonia per la ricorrenza dell’epopea garibaldina; l’Unità, come ha scritto Civilta' cattolica - l’autorevole rivista dei Gesuiti - rappresenta «una storia comune da difendere»; Roma, come ha ricordato il cardinal Bertone, è «l’indiscussa capitale italiana». Con il favore dei cattolici. Con buona pace di chi - da Grillo a qualche “camicia verde” - coltiva ancora anacronistici umori antirisorgimentali.

21 settembre 2010 



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